Villapizzone, un quartiere periferico con le comodità della metropoli

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Villapizzone

Era un deserto, oggi pare il centro cittadino. Chiese storiche, residenze universitarie, palazzine rinnovate, pavimentazioni in porfido, collegamenti rapidi con la Svizzera e il Duomo e un imborghesimento generale. Villapizzone non è più da anni sinonimo di periferia abbandonata, ma di un paesino da campagna con tutti i servizi e le comodità della metropoli. 

Inizialmente all’interno di un bosco, la parrocchia potrebbe affondare le proprie radici nel VI secolo, poiché la sua denominazione deriverebbe da Atanasio Piccione. Costui, monaco di origini greche, abitò in questo luogo, dapprima battezzato Villaggio o Villa Piccione. Esistente al tempo, il bosco era localmente chiamato Bosco Piccione. Secondo la testimonianza di Giacomo Stella, rettore della chiesa di S. Martino nel 1530, Atanasia guidava una comunità di monaci, suoi connazionali. 

Oltre a conferire il nome, il gruppo religioso disboscò un’area del posto in modo da ottenere un terreno di coltura; attorno al quale sorse un piccolo villaggio con un edificio di culto e casolari agricoli. Per la prima volta Villapizzone venne nominata nel 1346. 

 Approfondimenti: Stazione Centrale di Milano

Villapizzone: affidato in feudo da Maria Teresa d’Austria al conte Giorgio Giulini

Capostipite della famiglia Resta di Villapizzone fu Martino, figlio di Francesco Resta Pallavicino, nel Trecento. In merito alla suddivisione del territorio meneghino, la zona apparteneva alla pieve di Trenno; e confinava con i Corpi Santi a sud-est, Boldinasco e Garegnano a sud-ovest, Musocco a nord-ovest, Affori a nord-est. 

Nel 1768 Maria Teresa imperatrice d’Austria investì Giorgio Giulini del feudo con un diploma. A Giulini acconsentì di appoggiarvi il titolo di Conte; che, in seguito alla sua morte, con l’estinzione conseguente del ramo primogenito, andò al cugino Benigno, sindaco di Carugate. 

All’unità d’Italia, il paese prevedeva un borgo di case erette attorno alla chiesa parrocchiale di San Martino. Dinanzi alla quale sorgeva la villa signorile, con parco, del casato nobiliare Radice Fossati. Nelle adiacenze era presente un piccolo bosco, parte di quello originario della Merlat. A lato di via Paolo Mantegazza sono rimaste alcune piante; in un appezzamento di territorio inglobato nel giardino della scuola elementare Goffredo Mameli durante gli anni Sessanta. 

Nel 1869 Villapizzone fu aggregato a Musocco, comune poi annesso nel 1923 a Milano. Cessata la Seconda Guerra Mondiale il vecchio borgo di Villapizzone beneficiò dello sviluppo cittadino. Poco conosciuto per decenni, una volta inaugurata l’omonima stazione ferroviaria, il toponimo ha goduto di un’impennata di popolarità.

Approfondimenti: Trenord

La chiesa parrocchiale

Il centro storico del borgo è raccolto alla chiesa di San Martino in Villapizzone. Tale costruzione sorge nell’area dove si costruì un primo edificio religioso presumibilmente nel VI secolo. L’edificio disponeva di un’antica navata, longitudinalmente organizzata in tre campate uguali, sulle quali davano un’abside quadrata e cappelle rettangolari. Elevandosi fino all’altezza della chiesa, il campanile era basso e sprovvisto di campane, sistemato su due pilastri all’ingresso della chiesa. 

La chiesa San Martino nel quartiere Villapizzone
La chiesa San Martino nel quartiere Villapizzone

Ad opera dell’arcivescovo Benedetto Erba Odescalchi venne istituita la “confraternita del Santissimo Sacramento”, il 9 giugno 1720. Un altro arcivescovo, Eugenio Tosi, decretò l’innalzamento della chiesa allo stato di prepositura il 12 gennaio 1924. 

L’osteria Melgasciada

Originariamente sita nel bosco della Merlata, fra le strade Comasina e Varesina, era presente la Melgasciada. Questa osteria costituiva la base per una banda di briganti infestanti la zona. La cattiva fama rimase nei secoli, tanto da essere ricordata pure da Giovanni Verga nella novella L’osteria dei buoni amici, come paragone di luogo minaccioso. 

A cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento costituiva un punto di ritrovo domenicale per le gite fuori porta dei milanesi. Sulla base del nuovo piano edilizio cittadino la Melgasciada finì demolita nel luglio 1959. Durante i lavori nella notte del 20 luglio la struttura subì un’incursione di estranei che abbatterono a picconate parte dei muri. L’operazione fu condotta al fine di trovare il tesoro dei briganti, che, secondo voci popolari, sembrava potesse nascondersi lì. 

In Tre secoli di vita milanese nei documenti iconografici 1630-1875 Achille Bertarelli e Antonio Monti descrivono così il locale: 

“Maggior fama godette la Mergasciada, ove i milanesi si recavano nella stagione primaverile a mangiare gli asparagi. L’osteria esiste ancora oggi alla biforcazione della strada Varesina e Gallaratese, nel luogo ove in altri tempi si stendevano i boschi della Merlata, rimasti celebri nella tradizione popolare per le aggressioni che vi accadevano. Le paurose leggende, ancor vive nel popolo, che ricordano le gesta di Battista Scorlino e Giacomo Legorino, hanno lasciato traccia in alcuni affreschi visibili ancora nell’osteria, recanti la data del 1768”