Rogoredo, da quartiere produttivo al degrado

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Rogoredo
Rogoredo

Da quartiere produttivo, all’epoca dell’acciaieria Redaelli, che dava lavoro a centinaia di operai nei propri stabilimenti, al degrado: benvenuti a Rogoredo. Ogni volta che viene anche solo citato, il pensiero corre subito al famigerato “boschetto”. Sì, il boschetto della droga. Il più importante dell’intera Lombardia. Talmente la cattiva reputazione accompagna questo luogo che ormai funge da spunto anche di opere fittizie.

Ad esempio, in Curon, serie targata Netflix, la protagonista prima confessa al gemello di provare nostalgia di Milano, tanto da mancarle Rogoredo. E nell’episodio successivo, in piena crisi esistenziale, vede il proprio futuro bruciato nel “boschetto”. La realtà, tuttavia, è ben più densa di sfaccettature e forse anche più crudele. In uno studio pubblicato da La Repubblica sono emersi numeri inequivocabili. In particolare uno: quasi il 50% degli intervistati punta ad andarsene. 

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quartiere Rogoredo Milano
quartiere Rogoredo Milano

Futuro incerto

Il futuro è incerto. Il malcontento è palpabile. Ma, anche se naturalmente la cosa fa meno notizia, la voglia di ripartire c’è. Esistono ad esempio iniziative come il Progetto Rogoredo, un programma di recupero che cerca di offrire una seconda chance a chi ha un passato da tossicodipendente. Un’alternativa è rappresentata dalle attività promosse dalla parrocchia della Sacra Famiglia; nella logica della prevenzione è necessario il presidio medico di Areu (Azienda regionale emergenza urgenza). Insomma, ci sono piccoli e grandi eroi invisibili, determinati a ristabilire la normalità a Rogoredo. Quella respirata prima che il boschetto si trasformasse in una delle maggiori piazze di spaccio del nostro Paese.  

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L’esposto dei residenti

Tra le vie Boncompagni e Lacaita, a pochi metri dai binari di Rogoredo, i residenti hanno lanciato un esposto nel 2019. “Da troppi mesi – si legge– subiamo il degrado e l’illegalità causati dallo stato d’abbandono in cui si trova l’area tra le vie Boncompagni e Lacaita. (…) Quest’area è diventata luogo di parcheggio abusivo tutti i giorni della settimana e, nei weekend, un luogo sicuro dove spacciare e consumare droghe in cambio di prestazioni sessuali, giorno e notte (…) Purtroppo nessuno è intervenuto. I soggetti cambiano ma le scene sono sempre le stesse”. Le immagini a cui si assiste non erano certamente adatte al ‘pubblico più sensibile’. A detta degli abitanti si vedevano donne semisvestite, tossicodipendenti disperate che si vendevano pure per 5 euro pur di permettersi le dosi di eroina. Attorno, tossici consumare lo stupefacente appena acquistato, in mezzo a uno squallore di siringhe a terra e rifiuti. 

 

Il luogo perfetto per osservare le disparità sociali

Scene che si sono fatte fortunatamente rare negli ultimi mesi, dopo il repulisti operato dalle Forze dell’Ordine. La strada è comunque lunga e tortuosa. Perché, come racconta in maniera sublime Francesco Simonetti su The Submarine, “Rogoredo è il luogo perfetto per osservare le disparità sociali della città”. All’interno è possibile individuare tre macro-anime economiche. La parte meno abbiente insedia la vecchia zona di Rogoredo, tra il centro sportivo ex Redaelli e l’omonima via costeggiata dal raccordo Autostrada del Sole.

È composta prevalentemente da anziani che da sempre vivono lì, famiglie meridionali e straniere. Qui le case popolari dominano l’urbanistica con i muri scorticati e numerose piccole attività. L’anima economicamente benestante converge nell’adiacente Santa Giulia, mentre largo Redaelli è un luogo di transito.

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Abitare il bordo

La musica cambierà? Le intenzioni ci sono, se si pensa al progetto di riqualificazione denominato Montecity-Rotondo, parte del più ampio Piano “Milano 2030”. La missione sarà quella di avvicinare il centro alle periferie con una visione più sostenibile e a portata d’uomo. Cade a fagiolo il bando “Abitare il bordo”, aperto agli architetti under 33, con il patrocinio del Comune e dell’Ordine degli architetto per la quinta edizione del concorso “AAA architetticercasi”. Alessandro Maggioni, promoter del concorso, ha illustrato al Corriere della Sera il concept: “La spinta innovativa di questi giovani architetti è il vero patrimonio da tutelare. Il loro pensiero collettivo fa da controcanto agli annunci roboanti delle archistar, urli solitari nel vuoto. In Italia sarà importante recuperare l’umiltà, la misura e la consapevolezza delle proprie competenze espresse dalle idee di questi giovani”.

Il presidente della giuria Giancarlo Consonni, professore emerito di Urbanistica al Politecnico ha aggiunto: “Dare forma al tema dell’abitare, sia nella sua parte privata sia in quella collettiva, richiede senso dell’equilibrio Noi ci battiamo per questo, per un’urbanistica che riconquisti una dimensione civile e comunitaria. La condivisione è un valore che si traduce in qualità architettonica. Serve il giusto equilibrio fra realismo e utopia, cioè la sfida continua per chi amministra: saper reinventare la città su radici antiche”.