Palazzo Berri Meregalli, la struttura più eclettica di Milano

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Palazzo Berri Meregalli
Palazzo Berri Meregalli

In ogni stagione Milano sa attirare numerosi turisti, grazie alle numerose sfaccettature di cui essa si compone. Anche i più smaliziati trovano sempre motivo per sorprendersi, e la componente artistica è una delle ragioni prevalenti che la rendono tanto affascinante. Tra le opere dal maggiore valore storico, esattamente nel punto dove via Cappuccini converge in via Vivaio, spicca Palazzo Berri Meregalli. Se le farete visita, vi avvertiamo cosicché possiate prepararvi psicologicamente: proverete straniamento. 

Si tratta di una delle attrazioni più discusse nel Quadrilatero del Silenzio: gli amanti dell’opera pensano sia un capolavoro nato da varie correnti; secondo i critici costituisce, invece, un pacchiano tentativo di ostentazione. Entrambe le fazioni hanno buone argomentazioni: il progetto è molto ambizioso, ma l’effetto finale si rivela straordinario. Qualcosa probabilmente di unico nel suo genere. 

Palazzo Berri Meregalli

A primo impatto, si nota l’unione di stili utilizzati. Qualcuno potrebbe definirlo liberty, colpito dalle statue raffiguranti animali e dai ferri battuti concepiti da Angelo Mazzucotelli. Altri, al contrario, impressionati dalla monumentalità del palazzo lo riterranno romantico, altri neogotico per il bugnato ruvido e lo sviluppo verticale, bizantino per i mosaici o ancora barocco per la moltitudine di dettagli decorativi. Tutti hanno ragione e nessuno. 

Perché si tratta di una delle strutture più eclettiche di Milano, pensate dall’architetto piacentino, Giulio Ulisse Arata, tra il 1911 e il 1913. L’opera finale di un progetto segnato da tre case Berri Meregalli e la casa Falsari del 1910, all’angolo tra via Boshovic e via Settembrini. 

Esterni

Partendo dagli esterni, le facciate si sviluppano allo stesso modo. Dopo un piano terra più spartano, contraddistinto da un bugnato in finta pietra sbozzata ed aperture decorate con barre di ferro battuto, le superfici diventano via via sempre più leggere. 

Paraste ricoperte in mattoni a vista e leggermente incurvate distinguono il secondo e il terzo piano; nascono all’estremità di balconcini in bugnato e sfociano in un capitello, sfruttato come base d’appoggio per le sculture di puttini costituenti una sorta di fregio in movimento. 

Dei balconcini definiscono lo spazio tra una parasta e l’altra, e nei due piani sottostanti dei mosaici colorati inquadrano le finestre, realizzati da Angiolo D’Andrea e Adamo Rimoldi.

Interni

All’interno il Palazzo combina vari stili: il rustico mattone è contrapposto agli sfarzosi mosaici decoranti i soffitti, le colonne e il pavimento. Davanti svetta una statua liberty-simbolista eseguita da Adolfo Wildt tra la fine del 1918 e l’inizio del 1919. Commissionata per adornare l’androne, la scultura, fedele interpretazione dell’iconografia classica, ritrae la testa di una donna con un velo e un paio di ali. 

Interni del Palazzo Berri Meregalli
Interni del Palazzo Berri Meregalli

La Vittoria: il punto degli esperti

Sull’importanza è però lasciare la parola a due autorevoli critiche, Margherita Sarfatti ed Elena Pontiggia:

Margherita Sarfatti: “E ci ha dato egli, oggi, la realtà di un sogno: la Vittoria. La sua Vittoria; la nostra; la Vittoria d’Italia. Egli ha rinnovato, modernamente, e con una vera e definitiva opera d’arte, l’abusato simbolo della Divinità immortale. Non ha corpo, la sua Vittoria: è fulminea come il pensiero, lanciata in avanti, solo impeto aguzzo e solo ala impennata: prora di nave e fusoliera di aeroplano. Ha lo scheletro stilizzato e glorificato di uno dei nostri piccoli Nieuport da caccia, vertebrato per tendere e per salire formidabile e lieve la creatura incorporea si libra sopra un esile stelo rotondo.

Ardono a piè dello stelo lingue di fiamma: e avvampano,  su per lo stelo, in vertigine di sacrificio, i nomi delle nostre vittorie dalla dichiarazione di guerra, quando si ruppero i cauti ormeggi alla nave grande che ha nome Italia, su per il Calvario del Carso e dell’Isonzo, sino alla stazione ove bevemmo a piene labbra in coppa di fiele dell’onta e del riscatto – Caporetto – sino alla data dell’armistizio, che suono perdizione e sfacelo all’Austria”.

Elena Pontiggia: “La Vittoria venne rappresentata da Wildt non come celebrazione trionfale, ma come dramma, come grido di esultanza che è insieme grido di dolore: così Wildt, subito dopo la fine della guerra, rappresenta il tema millenario della Nike. Anziché identificarla con una creatura alata, secondo l’iconografia classica, la identifica solo con un volto e un’ala senza corpo, a simboleggiarne la dimensione spirituale, tutta risolta nella spinta ideale e nel grido. (…)Parte integrante della scultura  è anche l’asta cilindrica, circondata da una corona di fiamme e alzata su un’ara cubica. Wildt introduce qui, per la prima volta, un elemento totalmente “astratto” e antirealistico, la lunga asta verticale, che ritornerà in declinazioni diverse (stelo, pilastro, linea) nelle opere successive”.